Giornalismo, il migliore (e il peggiore) dei tempi possibili

di RICCARDO LUNA
Qualche giorno fa uno dei più grandi linguisti italiani, Luca Serianni, ha fatto online una lezione per i ragazzi che faranno la maturità: per 40 minuti li ha portati a spasso nel Paradiso di Dante. Alla fine uno gli ha chiesto: professore, a che ci serve la letteratura? E lui: a comprendere la complessità del mondo e della vita. Prendiamo il coronavirus, che ci sembra una novità assoluta, con il suo carico di tragedie e di speranze, di eroismi e insipienza. E in un certo senso lo è. Ma questa situazione è descritta alla perfezione dalle prime righe di un romanzo dell’800.

E’ ambientato durante la rivoluzione francese, si intitola “Le due città” e non è il più celebrato fra i tanti scritti da Charles Dickens. Ma ha un incipit poderoso. Inizia così: “Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della stoltizia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione”.

Sembrano parole scritte per quello che sta accadendo al giornalismo adesso: mai così importante, nell’ultimo mezzo secolo, per provare a capire cosa sta accadendo al mondo; eppure mai così in crisi, come modello. La tv americana CNN lo sintetizza così: “Centinaia di giornalisti licenziati, proprio quando i cittadini hanno più bisogno di loro”. Il Poynter Institute, che dal 1975 si occupa di difendere il miglior giornalismo, il 6 aprile ha pubblicato un post con un elenco delle testate che negli Usa stanno facendo licenziamenti, congedi, sospendendo l’edizione cartacea o addirittura chiudendo a tempo indeterminato “per il coronavirus”. Da allora quel post è stato aggiornato quasi ogni giorno: il bollettino assomiglia ad una valanga che riguarda tutti, quotidiani, settimanali, radio, tv, storici giornali locali. Persino le testate nate sul web, come Buzzfeed, Vox, Quarz, che sembravano più agili e pronte per reggere alla crisi, sono affondate e hanno fatto ricorso alle stesse misure per resistere.

Qualche amministratore delegato ha deciso che da qui alla fine dell’anno rinuncerà al compenso e lavorerà gratis, una misura che raramente abbiamo visto dalle nostre parti. In Italia se ne parla di meno ma le cose non vanno affatto meglio. Viviamo il paradosso di siti web di news che stanno facendo il record dei record di traffico, dimostrando la centralità del giornalismo, e di aziende editoriali che non stanno in piedi perché la pubblicità si è dissolta e quel traffico web è impossibile monetizzarlo, restano solo i costi.

Che fare? Tagliare è la cosa più facile ma anche la più sbagliata se non si tagliano gli sprechi ma si rinuncia alla qualità. I lettori hanno dimostrato di credere ancora nel giornalismo, quando il mondo si è fermato ci hanno chiesto di dare loro una mano a capire, ci hanno chiesto di fare del nostro meglio. Non di fare copia e incolla per risparmiare. Qualche giorno da Jessica Lessin, la giovane e brillante fondatrice di The Information, una delle startup editoriali più interessanti, ha scritto: “Le notizie sul giornalismo sono sempre peggiori. Le redazioni vengono decimate. Molte aziende stanno fallendo. Chiaramente, è il momento perfetto per approcci nuovi”. Il migliore dei tempi possibili per cambiare strada.